Si parte dalle falde quando è già buio. Si sale in silenzio o cantando, da soli
o in comitiva, scalzi per voto o con le scarpe da ginnastica, spingendo i
passeggini nei tratti larghi e portandoli a braccia in quelli stretti. C'è chi
recita il rosario e chi non prega affatto ma sale lo stesso, perché lo faceva
suo padre.
La fatica livella: sulla Scala Vecchia le differenze sociali contano poco, e
chi arranca viene incoraggiato da sconosciuti. Le confraternite salgono con i
loro stendardi, i ragazzi si passano in spalla il fercolo della Santa, e in
cima, verso l'alba, si arriva a una piana affollata di gente che ha camminato
tutta la notte.
Non è mai stata solo devozione. Giuseppe Pitrè, che la osservò e la descrisse
alla fine dell'Ottocento, annotava che quasi mezza Palermo saliva al monte, e
che quell'atto di fede era al tempo stesso il divertimento più atteso
dell'anno: famiglie attendate davanti alla chiesa, chi mangiava, chi ballava,
chi cantava al suono della chitarra.
Il rito è rimasto quello. Cambiano le scarpe e le torce — oggi elettriche —
ma la salita è la stessa, e le pietre pure.